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"Mi piacquero i piatti raffinati, il pasticcio di maccheroni"

(Giacomo Casanova, Histoire de ma vie)

 

I momenti più preziosi sono quelli in cui possiamo dedicarci a ciò che amiamo. Come un buon piatto di pasta, che, preparato nel rispetto di sapienti equilibri frutto della tradizione, è un'armonia delicata, che amplifica le sensazioni ed apre un po' anche il cuore. Un piacere sottile come quello di una poesia, ma immediato e concreto, spesso esaltato da ricette tipiche con ingredienti apparentemente poveri, che però nobilitano l'eccelsa qualità delle materie prime utilizzate. La pasta - l'oro bianco - non è nata a Napoli. Ma nelle vicinanze del capoluogo partenopeo, a Gragnano, ha trovato le condizioni ideali per diventare una pietanza sublime e conquistare il mondo intero.

 

I VALORI DI TRE GENERAZIONI

Esperienza e dedizione

Dietro alla pasta di Gragnano ci sono oltre 500 anni di storia. Alle origini del Pastificio G. Di Martino, c’è la storia di una famiglia, radicata nel territorio e nel solco della tradizione, animata da una dedizione verace e da un’irrefrenabile passione, con tutto ciò che quest’ultima ha generato: duro lavoro, cura artigianale, ricerca della qualità, ostinazione nello sfidare la sorte, intuizioni geniali e innovazione tecnologica, sempre nel rispetto degli uomini e dell’ambiente.

 

Il fondatore

Come tutte le storie, anche quella della famiglia Di Martino ha i suoi protagonisti, a partire dal capostipite di tre generazioni di pastai: Giuseppe Di Martino. A causa delle difficoltà economiche in cui versava la sua famiglia, Giuseppe incominciò ad apprendere i segreti di produzione dell’oro bianco quando era ancora un bambino. Nel 1907, all’età di 10 anni, iniziò a lavorare in un pastificio il cui proprietario non aveva figli maschi a cui tramandare la sua sapiente esperienza. Ben presto, Giuseppe divenne “capo d’arte della pasta corta”.

 

I segreti dell'oro bianco

Sopra la pasta solo il cielo

 

Giuseppe Di Martino imparò subito quanto fosse cruciale la fase produttiva della prosciugazione, sia che avvenisse a cielo aperto per le vie di Gragnano - con la pasta messa a seccare su appositi stenditoi - sia che avesse luogo al chiuso, in apposite celle con ventilatori azionati da motori a vapore e radiatori che simulavano il calore del sole. Il processo della prosciugazione era articolato in due fasi successive: l’incarto e il rinvenimento. Nello stabilimento in cui Giuseppe Di Martino lavorava, quindi, le celle erando fondamentalmente di due tipi. Tutte le celle avevano poi un nome diverso a seconda dell’ubicazione: O’Castellammare era rivolta verso l’omonima cittadina, mentre la più ampia si chiamava San Carlo, come il grande teatro di Napoli.

 

La nascita del pastificio G. Di Martino

In seguito, Giuseppe Di Martino divenne “impastatore”, ovvero direttore generale del pastificio. Quando il titolare dello stabilimento in cui lavorava si rese conto di potersi davvero fidare di lui, gli cedette le azioni. Il pastificio G. Di Martino, quindi, nacque nel 1912. Dopo aver rilevato la proprietà dell’ex pastificio Cipolla-Lauritano. Lo stabilimento disponeva di tre presse e dieci celle di essicazione, in cui operavano una settantina di addetti. Allora il pastificio era il primo che s’incontrava entrando in paese e, contornato da vie, senza vicini direttamente confinanti, assomigliava ad un’isola. Tra l’altro, aveva una propria sorgente d’acqua segreta. In seguito, analisi chimiche effettuate negli anni Settanta, rivelarono che quest’acqua era oligominerale; dunque, non solo era leggerissima e gradevole al palato, ma facilitava anche l’impasto con un minor dispiego di energia meccanica.

Alla conquista del mondo

La pasta, a quei tempi, era ancora venduta sfusa e avvolta nella tipica carta blu che contraddistingueva l’intera categoria merceologica. La pasta era consegnata in scatole di latta o, più spesso, in cassette di legno, con le quali veniva anche esportata all’estero. Nel 1915 il Pastificio G. Di Martino fu il primo a passare il Canale di Panama, perché i migranti italiani in America ben conoscevano la qualità della sua pasta. Inoltre, l’ubicazione vicina al mare di Gragnano facilitava il trasporto intercontinentale per via marittima. Giuseppe Di Martino non era solito viaggiare, ma sognava i paesi esotici (Argentina, Venezuela e Brasile, oltre agli Stati Uniti) dove la sua pasta era già così richiesta.

Ben presto Giuseppe Di Martino coinvolse nella sua attività anche i due fratelli più piccoli: Vincenzo e Francesco Di Martino. Quest’ultimo lo affiancò per breve tempo, mentre il primo lo aiutò nella gestione fino ad imparare bene, per poi percorrere la propria strada.

 

A DISPETTO DELLE AVVERSITÀ

L’avvento del fascismo

Nel ventennio fascista, la denominazione sociale cambiò: fu quasi obbligato il passaggio a “Pastificio Impero”. Giuseppe Di Martino non volle trasformare i covoni di grano in fasci littori, ma rese l’immagine femminile del logo più bionda ed “ariana”.

Durante il periodo bellico, molti pastifici subirono pesanti contraccolpi. Castellammare era un cantiere navale militare e Gragnano divenne strategico per gli approvvigionamenti. I bombardamenti, purtroppo, non risparmiarono il pastificio. Le truppe tedesche, inoltre, lo razziarono per non lasciare nulla agli Alleati. Così, per una settimana, la famiglia Di Martino fu costretta a recuperare i pezzi di pasta incastrati fra le travi dei pavimenti, pur di sfamarsi.

Nel 1944 Giuseppe Di Martino introdusse in azienda anche due dei sei figli: Giovanni e Gaetano, rispettivamente di 16 ed 11 anni. Volle che iniziassero, come lui, dalla gavetta. Fu Giovanni ad intensificare la commercializzazione della pasta Di Martino a Milano e a Roma. La sua unica sorella diresse per qualche tempo il panificio di famiglia e poi si trasferì a Napoli.

 

Dopo la guerra

Nel 1948, nel logo ci fu una modifica del cognome, che assunse la forma corretta “Di Martino”. Negli anni Cinquanta, invece, fece la sua comparsa il marchio “Napolina”, utilizzato per l’esportazione, successivamente ceduto e tuttora utilizzato in Gran Bretagna. Giuseppe modernizzò i macchinari del ciclo produttivo e cominciò inoltre a portare in azienda gli altri figli, Valerio e Vincenzo.

 

LE NUOVE SFIDE

Anema e core

Giuseppe Di Martino aveva una personalità vulcanica. Fondò una sorta di azienda biodinamica ante-litteram. Nel 1961, fu colpito dalla morte prematura del figlio Giovanni. Diresse il pastificio fino al 1972. Nel frattempo, Gaetano era diventato responsabile della produzione, Valerio dell’amministrazione e Lucio del settore commerciale.

 

Gli anni Settanta

Furono un periodo difficile, per la crisi energetica e gli scioperi che ne derivarono, anche perché i Di Martino erano abituati a relazioni molto personali e fiduciarie con i dipendenti, considerati alla stregua di familiari. In quegli anni, Giuseppe Di Martino non temette di tornare a sporcarsi le mani ed occuparsipersonalmente della produzione insieme ai suoi familiari. Morì nel 1977 e lavorò fino a qualche giorno prima della sua scomparsa.

 

Una missione che continua

Oggi Giuseppe e Giovanna Di Martino, pastai di terza generazione, portano avanti la vocazione dei predecessori con identica passione, improntata ai valori di qualità, artigianalità, innovazione, valorizzazione del territorio e della sua cultura.

 
 

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